LO STAGNO DI CURY
Gli uomini hanno sempre aspirato ad ottenere il dominio dei mari, ma le potenti creature sopravvissute alla creazione vagarono a lungo sulle coste disabitate e negli abissi. Vecchi, adirati, quaesti mostri diventarono il soggetto di stragi e di sanguinose battaglie contro le acque, e divennero presto i racconti più comuni dei vecchi marinai. Fu un giorno, dopo la lunga alluvione, che un fiume portò con se una di queste creature in un tranquillo stagno dell’Irlanda del Nord. Discendente da vecchi dei dimenticati, questo mostro solitario si nascondeva tra le alghe che crescevano dal bordo dello stagno o stava a dormire sul fondo aspettando un ignaro mortale. In un villaggio irlandese abitava un giovane non battezzato: Nicolaus, bello e audace, non aveva mai fatto niente di male a nessuno, conosceva poco il mondo e non sapeva cos’era il male; era uno spirito libero e fantasioso, non distingueva il pericolo. Un giorno, nel cuore dell’inferno, Nicolaus passeggiava con la testa fra le nuvole tra il bosco, mangiava un pezzo di pane e non pensava a niente. D’un tratto sentì nell’aria un canto, leggero come la brezza crepuscolare, una melodia aurea in cui erano mescolati i più allettanti suoni della terra, il respiro del mare, il bisbiglio dei giunchi acquatici, il sibilo della pioggia primaverile. Il suono diffuso nell’aria reagì alle orecchie di Nicolaus come una droga forte e penetrante, a nessun mortale poteva resistere. Il giovane cominciò a seguire il suono incantevole, finchè giunse allo stagno di Cury. Si sporse allo specchio di acqua e aspettò; d’un tratto l’acqua si increspò e sussurò sulle pietre, il cervo che prima si abbeverava scappò come se scappasse da qualcosa di pericoloso, Nicolaus guardò l’acqua, rapito dalla magia del luogo. I giunchi si spostarono e dalle alghe spuntò una fanciulla bellissima, più leggiadra di qualunque donna, più dolce di qualunque moglie e dea. I suoi occhi verdi come le foglie d’edera incrociarono quelli di Nicolaus. Il suo eburneo corpo ondeggiava nell’acqua, pur essendo nuda, pareva non sentisse il freddo pungente dell’inverno; i suoi capelli erano neri come la notte, lisci e lucenti, le sue labbra erano sottili e rosse come il sangue. Nicolaus si perse nello sguardo della ragazza, che si inarcò indietro e, restando sulla superficie dell’acqua, continuò a nuotare, osservando il giovane. Nuotava come un pesce, velocemente, poi Nicolaus capì: sotto lo specchio d’acqua vide che il corpo della ragazza, dalla vita in giù, assumeva una forma sempre più sottile, ricoperta di scaglie, e infine una pinna di pesce, ampia e forte. La sirena, giunta all’altra sponda dello stagno, emerse dall’acqua e si levò il pettine di conchiglia che tratteneva una treccia, la treccia si sciolse e le cadde sul seno. Cominciò a pettinarsi e innalzò il canto che Nicolaus aveva sentito nella foresta. Nicolaus osservava la stupenda creatura pettinarsi sull’altra sponda, il suono acuto come la musica dei delfini si mischiò al profumo dei fiori lacustri, i quali dovevano essere ormai morti dal freddo. La sirena avvinghiò la coda sinuosa intorno alla roccia in cui si era seduta; Nicolaus era come sottoposto ad una tortura: quanto avrebbe voluto baciare quelle labbra e toccare quella liscia pelle, ma la sirena restava sull’altra sponda. Il ragazzo non resisteva più, cominciò a entrare nelle gelide acque dello stagno, l’acqua gli arrivava al mento e si era impigliato nel fondo melmoso dello stagno, quando la sirena si tuffò in acqua. Nicolaus era felice, nonostante non si sentiva più le gambe e le braccia da quanto gelida fosse l’acqua, ma finalmente le sue labbra avrebbero baciato quelle della dolce sirena; ella sbucò d’improvviso davanti a Nicolaus. Lo strinse a se con le sue braccia bianche come la neve e appoggiò le sue labbra a quelle del giovane: il giovane provò il dolce bacio della sirena, di cui pochi mortali avevano seintito il piacere, ma poi lei premette le sue labbra e con le mani strinse a se la testa di Nicolaus, gli insinuò con forza la lingua nella bocca. Poi, in un impeto di vigore soprannaturale, morse quella di Nicolaus alla radice e la staccò, mentre il ragazzo mugolava di dolore, lasciando al suo posto una cavità sanguinolenta. La sirena lo guardò con occhi privi di espressione. Poi la fanciula si avvinghiò su di lui, i suoi denti erano come quelli di un piccolo squalo, affilati come una scimitarra. Nicolaus sentì le ganasce della sirena afferrargli la gamba e morderlo fino all’osso. E così la sirena continuò a divorare, pezzo per pezzo, il giovane sventurato, il quale sentì dolore fino alla fine. Al villaggio cominciarono le ricerche di Nicolaus, finchè un gruppo di uomini ritrovarono lo stagno di Cury sporco di sangue e le impronte del giovane. E scorsero sul fondo dello stagno una carcassa di carne e ossa, insepolta e dannata. Si dice che i gelidi inverni, se un vergine non battezzato si avvicina alle acque del lago di Cury, non torni mai a casa, pur avendo tutte le benedizioni o amuleti. Questa è una delle tante storie sulle sirene, queste creature incantevoli e bellissime, ma indomabili e affamate, bellissime e misteriose, datrici di vita e di morte senza posto fisso né limite ai loro poteri, l’amore di una sirena significa sicuramente morte, coloro che non resistevano al loro fascino erano condannati ad una brutta fine, come fece Nicolaus, e infine giacere per sempre silenziosi tra le sabbie e le rocce degli abissi, fragili fantasmi ondeggianti per i venti dell’acqua.