Di Michelangelo Rossato
È nell’ora più tarda della notte primaverile che le creature del mondo antico emergono dalle sabbie del tempo per incontrare i mortali. Così raccontavano le vecchie leggende dei pescatori che avevano affrontato in prima persona le potenze del mare. Il giovane Dorian aveva sempre vissuto nel paesino della baia, e tutta la sua vita era legata alle acque. Fin da piccolo amava l’oceano e per molti anni aveva fatto il pescatore. Il suo incubo era veder morire il mare e ora i suoi incubi erano diventati realtà: ora che la vecchiaia lo stava a poco a poco uccidendo, delle grosse petroliere nere avevano oscurato il mare che lui tanto aveva amato. Ma nessuno sapeva dell’antica creatura che risiedeva in quella baia, di quell’essere che per secoli si era cibato di pesci e alghe. Nessuno sapeva che il mare si sarebbe presto vendicato: i pesci scarseggiavano, le alghe morivano e la creatura degli abissi cominciò a cacciare sulla terraferma. Non era suo intento uccidere esseri umani, ma la fame era inevitabile. Il suo attacco fu svelto ed efficace, ancora peggio della morte nera. Tutti i marinai scomparvero nel giro di un mese e moltissime donne si trovarono vedove, moltissimi bambini diventarono orfani. Dorian se ne stava sempre chiuso in casa, ad osservare il mare: dalla sua alta abitazione sulla collina, il richiamo della creatura non giungeva e la sua vita non era in pericolo. Ma qualcuno doveva fermare la vendetta del mare: gli uomini delle petroliere erano tutti morti, le navi abbandonate e le famiglie del piccolo villaggio marittimo in preda alla paura. Ogni notte era un incubo, tutti dormivano cercando di tapparsi le orecchie, terrificati dal richiamo dell’essere della baia. Era primavera, ed era proprio un’ora tarda della notte; Dorian prese la cera e l’arpione, indossò gli stivali e un giaccone pesante e si diresse alla spiaggia. Passò un po’ di tempo prima che il canto della creatura risuonasse tra gli scogli, proveniva dalla profondità del mare, ma Dorian non poteva sentirlo. Le sue orecchie erano tappate con la cera ed era immune alla musica delle acque. La creatura non emerse nemmeno, forse perché era pigra, forse perché aveva trovato qualcosa con cui giocare…forse perché aveva già mangiato. La notte seguente non passò diversamente e nemmeno quella dopo. Fu durante la quarta notte che l’essere primordiale si mostrò al vecchio Dorian. L’acqua s’increspò lievemente e con dolcezza la creatura emerse dal mare. Si distese languida sugli scogli distanti una ventina di metri da Dorian. Per un attimo il vecchio si rattristò: guardò l’arpione che teneva in mano e poi guardò la creatura, in parte era umana, come tutti gli abitanti del mare, ma bastò solo quella parte per rattristarlo. Quel volto di ragazza molto giovane aveva qualcosa di selvaggio ma benevolo: gli occhi scuri fissavano la luna e i capelli verdi le cadevano sulle bianche spalle. Le labbra rosse si aprirono lievemente, quel tanto da farne uscire il dolce canto che Dorian non sentiva; il vecchio sperava che in qualche modo non avrebbe dovuto ucciderla: lo rattristava pensare che la sirena avrebbe potuto vivere ancora per tanti anni e non morire così giovane. In verità egli non sapeva che ella era nata molto prima di lui, quando il bisnonno di suo nonno era ancora un bambino. La sirena smise di cantare, la coda di pesce scagliosa e tagliente si aggrovigliò sulla roccia. S’immerse. Dorian si guardò intorno, sapendo che la sirena avrebbe tentato di ucciderlo, sapeva che si sarebbe avvicinata, ma non sapeva che lei era molto più furba di lui. Spuntò d’un tratto dall’acqua bassa e si avventò sul vecchio. I suoi artigli lo ferirono con forza e dei denti affilatissimi erano spuntati all’interno della bocca della creatura. Dorian sarebbe morto di sicuro se non avesse portato con lui l’arpione. La freccia di ferro le perforò il ventre, quando cadde in acqua per vivere i suoi ultimi attimi di vita, non sembrava più quella bestia affamata che prima aveva tentato di sbranarlo. Il vecchio Dorian morì con lei, quella notte. Si sedette con la sirena nell’acqua e la cullò finché ella non esalò il suo ultimo respiro. Il vecchio portò il corpo della sirena in un posto segreto, in una grotta della baia che solo lui conosceva e in una pozza di acqua abbandonò quella dolce ragazza. Passarono molti anni prima che suo nipote scoprisse a sua volta la grotta. Era sempre primavera, ed era notte fonda: si avventurò con una torcia elettrica nell’oscurità e illuminò il passato: c’erano due scheletri in una pozza ormai prosciugata. Uno apparteneva ad un abitante delle acque e il secondo, lo scheletro di un uomo, era abbracciato al primo in un triste ritratto di dolore.