Sirena corallo

Sirena malinconica



ORCHIDEA

(Apro una parentesi
(per spegnere il suono)
perché nei sorrisi si estingue ogni parola)
Stendo le ali
(corrodo ogni idioma)
ma albeggio un canto



GESTAZIONE

Aiuto, quando partorisco amore.
Quando metto radici altrove.
Dalla bocca e dalle mani
nebulose elementali,
di un contatto i lineamenti
sono ombre affascinanti
gestazione di una guerra
contro sogni di diamante.
E di come confluii alla terra
narrerò, quando partorisco amore.
Quando inchiodo sorrisi altrove.




TEMPESTA DI MIELE

Ogni sguardo è un torrente,
ogni deserto è una carezza
è un’effusione.
Un piacere in estensione
spezzato.
È stato
un incantesimo
a breve termine,
per cui ho estinto ogni costanza.
La disseminazione
dello sperma
dell’abbandono.
Mentre
dal silenzio della mia fortezza
un impulso trascurato grida:
“quando sarà tempo di rivolta?”.
Adesso
ogni tempesta è un bacio,
ogni amplesso è una folgore
è fiele.
Miele
colma quest’alveare celebrale,
inonda ogni vetusta cella
ogni ape guerriera.
Euritmica
dall’isolamento del suo trono
la regina prigioniera grida:
“quando sarà tempo di raccolta?”




VERMIGLI

È assurdo quando rimiri contemplando
quanto è difficile rimanere in vita.
Eppure tu respiri ancora.
Mangi polline della terra
e fiori vermigli dell’acqua
che degusti solamente
quando
il rantolo apicale di qualcuno
ti partorisce nuovamente.
E fastidioso quando vorresti
eclissarti al posto degli altri.
Eppure hai paura del tuono.

(ciao Elisabetta)


 
DAIMON

Io sono ebbro di passione
danzo nell’harem delle aurore stanche.
Le mie branchie respirano parole
come madri che bramano la prole.
La delizia di un cuore che sente.
La croce di un’aorta che si apre a tutti
e non riceve niente.

Qualcosa, in ogni colore e suono.
Io in ogni dolore sono.

Nuoto nel mefitico brodo,
tra le voci di gemmei eoni,
oltremodo consumo la carne
per sfumarne in un altro corpo
le polverose onte, antifone.
Ma dall’alto, è sorto
un primigenio bagliore
mi possiede, grida luce.
Spegne ogni voce.
Veloce, in me inietta calore.

-“Sai chi sono?” sibila il Sole
Sì. Tu sei il padre di mio padre.

Ascende dalla mia pancia
un profluvio di idealismi lividi.
Una preistorica danza
che vomita gemiti
di piacere, come un’area nevralgica
che sboccia in un orgia di vita.
Rinasco entità di roccia.

Tu sei il vespro che dà militanza.
Mai più aulirò di sopravvivenza.

Affilerò i circuiti, le zanne
e le radici sparerò nel suolo
con ultraviolenza.
Sarò insensibile, e indenne,
grazie alla conoscenza della terra
sarò il replicante di muscoli.

Tu sei l’ostrica di una guerra al cardiopalma.
Ed io la perla.




Ora sono pieno,
come la luna gravida,
del liquido amniotico,
demonico utero,
dove incubare il mio demone.
Anemone in fiore.

Tu sei il Nadir e lo Zenit.
Ed io il blu frapposto.
 

SEI LUGLIO

Sento
le tue braccia dentro.
Tengo
lo sguardo spento
per goderti lento.
Muovo
gli occhi a stento
finché sei dentro.
Sirena corallo 2

Seiren Eimì e altre magiche e inquietanti poesie leggende di Michelangelo Rossato

 


e altre magiche e inquietanti poesie
di Michelangelo Rossato


SEIREN EIMÌ

Io sono la sirena
e sono dispersa nel denso abisso.
Non voglio la compassione delle onde
né le lacrime asciugare.
Io sono la marea
che la luna bianco occhio
chiama a sé
e poi rigetta,
perché grandi aspettative ingabbiano.
Tendo le braccia pallide
ma l’uomo è sordo.
Oltre il sonoro, oltre la carne
mi odio
odio le squame, le mie stanche metriche,
odio le mani, le labbra, il canto alto levato.
Sgretolo i teschi
e le anime che inesorabilmente
lascio volare via.
Questa sono io, sirena,
ossa fragili come corallo,
e la mia isola
vomitata dal mare
dove non vivo.



LO SCRIGNO DEL TUO MIDOLLO

Dov’è la tua tana sotterranea,
tu che con le tue forti dita
strapperesti via
questa caustica carenza.
Fuori dall’ibernazione
tu
che potresti giustificare
ogni mia insofferenza.
Pietra,
è marmorea questa mia dipendenza
dal nostro rapporto ancestrale.
Pietra,
percorrerò la scalinata vertebrale,
fino all’apogeo della tua essenza,
per aprire lo scrigno del tuo midollo
di cui io ho la chiave.
Io ho il nesso sonoro
che intreccia la mia voce alla tua,
la mia dolcezza insensibile
al tuo odore chi mi appartiene.
La fibra che collega noi,
il mio iride alle tue vene,
il tuo timpano alla mia pancia,
il tuo scheletro ai miei sensori,
infuria più calore
perché è un diaframma fantasma
che tintinna parole d’amore,
che distilla una goccia di luce,
che apre maree infinite arterie,
che incastona nel verde degli occhi
gioie d’ambra.
Sciogli le mie ginocchia
mentre cullo la tua testa sul mio addome,
ed io mi scioglierò per te
in una doccia trascendentale
un’anarchia sensoriale
che ingloberà ogni materia e vuoto.
Da un latteo sogno glaucopico
volo via
con le ali di una civetta che impetra
dove ti nascondi.



LISCHE

Il mio corpo
è il tempio
dove pregano remore e disfatte.
È un sagrato dove consumo
sordi pasti e battaglie
in silenzio.
L’altare è imbandito ma nessuno mai
rinverrà il modo per non svalutare
la miseria nel conforto
del calore
di un corpo.
So che l’attesa è difforme
che tempra quanto disarma
ma intanto permane termico
il mio tormento.
Per quanto
allungando le bianche braccia
proietterò lo sguardo oltre l’Eden?
Pertanto
conterrò i capillari gonfi lividi
perché chi troppo abbraccia
nulla stringe.
Le pareti del tempio
piangono sangue:
sono le fondamenta languide.
Sono un esule oratore
di esili consigli
che mai seguo.
Il mio corpo
è l’abisso
dove sprofondano volontà e lische.



SODALIZIO (ANTEM AURORAM)

Siamo soli nel giardino
dove pascolavano pascenti pensieri:
ora semini il segno che mi seduca
con sguardo allusivo.
Dunque hai esaminato con cura
la cavità della mia bocca
la geografia della mia lingua
l’umidità mediana
della mia salivazione.
E le strade
che attraversano la mia schiena
hai percorso con le dita, lascivamente.
Le tue braccia sono radici che
solo il calore del mio corpo
possono dissetare.
E torni a calibrare con cura
la danza che inebria le muscose
la geometria della mia ugola
il cromatismo delle mie labbra.
M’illumino di meno
quando affievolisci la tua morsa,
e oltremodo sorrido
quando sento il premuroso abbraccio
proteggermi dalla concretezza
volgare
dell’aurora.



GEISHA DA RAGAZZO

Frusciano perle a catinelle
nel dorato suono dell’anello
mentre tu danzi
come un’amanita
nel circolo arboreo fatato.
Veleno che sinuoso vibri
sonagli, coi bianchi piedi
calpesti la sabbia vermiglia,
carogna della fortezza
che hai lasciato saccheggiare
dai tuoi amanti.
Perché sei una geisha da ragazzo
i tuoi silenzi sono acidi.
“Caro, smettila di incrinarmi
solo perché sono di giada.
Finiscila di sedurmi
con le tue ansie, inconsce avance.
Basta prostrarmi alla tua persona
rivelando il fondo della mia schiena,
solo perché ho mani di mandorla
che versano amabili litri di the.
Servizievoli come l’ambra. Fino alla nausea
Caro, io sono una geisha da ragazzo
e i miei isterismi sono leciti.
Pregai, bramando il tuo dolore,
di fungere da calice alle tue lacrime.
Mai più, ora né inchino, né bacio, né canzone.
Ho imparato a pungere come le api
e a nascondere nel kimono il pungiglione”



GIGLIO

È invasione di voluttà
tra le grazie di languidi grigi
e rosse note di un piano.
Estatica emissione dalle labbra
di lingue di fumo che s’intrecciano
e spiragli di giorno lontano.
Raccordo tra purezza e libido
è il torpore che penetra il fiato.
Oltre questo tiaso
che c’è se non un suicidio di massa
per un asettico granello di roccia?
Qui invece inebria il mielato ozio
di nude libertà e bellezza:
se c’è del vizio
dev’essere negli occhi di chi guarda.
Se questo è plagio,
com’è dolce farti male.
Odi la mia voce che sfuma,
mio principe dei gigli,
dalla calma al temporale
e, come il melo
tende il frutto a sonagli,
io ti insegnerò
come eiaculare l’orizzonte,
ignoto alla vita di un’esistente.
Oltre
c’è solo il cimitero dei gorilla,
carcasse decomposte dalla giungla,
e il corno del rinoceronte
eroso dalla palustre corrente.


ACQUA FREDDA

Cos’è quel corpo che esce dal fango?
Si rigenera dal verde come un fiore.
Le foglie diventano muscoli
e ossa, il muschio sangue.
Perché
persino la terra
piange la distanza?
Datemi un seme.
E mi coltiverò un corpo anch’io.
Mentre attendo la fioritura
del bambino che amerò.
Degli sguardi che ora poggiano altrove.
Di labbra che non pregano Dio.
Datemi un seme.
E lo allatterò con acqua fredda
e sangue mio.


XILOFONO

Come
uno xilofono, suono gli aghi delle piante
che propendono dal mio balcone
verso il niente.



Sirene, ninfe e naiadiSirene, ninfe e naiadi