Tutta la costa biancheggiava d'ossa portate dal mare. Era il canto delle sirene! Ulisse l'udì e, per non morire, si fece legare all'albero maestro della nave e turò le orecchie dei suoi compagni con la cera. Solo lui le sentì e avrebbe dato la vita per seguirle, supplicò, si divincolò ma nessuno gli diede ascolto: così si salvò.
Nello sterminato silenzio del mare, non discosto dalle rive della Sicilia, i
marinai languenti di
nostalgia udivano talvolta un canto divino. Era un coro di voci di donne, d'una
dolcezza che intene-
riva il cuore. Aveva qualche cosa delle ninnananne dell'infanzia ed era, al
tempo stesso, un can-
to di ebbrezza, Gli uomini abbandonavano le funi e il timone, ed ascoltavano,
La fame li trovava
inscnsibili e le Kere, spaventose dee della morte, venivano a prendere i loro
corpi esanimi.
Anche Orfeo sfuggì a quelle dee canore e perfide,
quando passando sulla nave di Giasone e gli argonauti, veleggiava sul mare.
Anche egli sentì il grande pericolo avvicinarsi ma, consigliato da Chirone
il sapiente centauro, osò sfidarle e lottare con esse coprendo la loro
voce con il suono della sua cetra. Orfeo suonò così a lungo e
in maniera così meravigliosa che le Sirene, invidiose della sua musica,
per essere state vinte si precipitarono indispettite nell'onde tramutandosi
in scogli.